martedì 30 giugno 2015

La 'Brutta' Époque? - Rai Storia

La 'Brutta' Époque? - Rai Storia

Il tempo e la storia - "Giolitti"

La Grande Guerra - video

http://www.grandeguerra.rai.it/categorie/tutti-i-video/1039/1/default.aspx

Storia V - Lo scoppio della Grande Guerra

Lo scoppio della guerra - Rai Grande Guerra

Storia V - Dall`attentato di Sarajevo all`ultimatum alla Serbia

Dall`attentato di Sarajevo all`ultimatum alla Serbia - Rai Grande Guerra

Storia V - L'attentato di Sarajevo

http://www.grandeguerra.rai.it/articoli/28-giugno-1914-lattentato-di-sarajevo/28703/default.aspx

Storia V - Premesse alla Grande Guerra

http://www.grandeguerra.rai.it/articoli/la-grande-guerra-le-premesse/23118/default.aspx

Storia V - La belle époque

http://www.raiscuola.rai.it/articoli/la-belle-%C3%A9poque/28700/default.aspx
http://www.raistoria.rai.it/articoli/la-belle-%C3%A9poque/4236/default.aspx

martedì 16 dicembre 2014

LA LOCANDIERA

https://www.youtube.com/watch?v=_mG7v8KLj5w

CARLO GOLDONI

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-66c45ec6-a5fb-473c-a275-72ccf4d42a23.html

sabato 16 agosto 2014

IL GRAN TEATRO DEL MONDO

Il Seicento è il secolo in cui la teatralità pervade ogni aspetto della vita: il mondo terreno è percepito come una scena teatrale sulla quale si svolge la rappresentazione della vita, in cui ognuno recita in prima persona il proprio ruolo e assiste alla recitazione degli altri; gli uomini sono al tempo stesso attori e spettatori, mondo e scena si sovrappongono e si confondono.
La scoperta di un’inesauribile esistenza microscopica nascosta sotto la patina del visibile concorre ad alimentare la percezione dell’illusorietà del reale. La rivoluzione scientifica, che attraverso invenzioni come il microscopio e il cannocchiale rivela la varietà e la mutevolezza del reale, svela l’esistenza degli spazi infiniti e degli elementi microscopici. Ne scaturisce una moltiplicazione dei punti di vista, delle prospettive, che determina un moltiplicarsi delle percezioni.
Tra la seconda metà del Cinquecento e il primo Seicento si assiste in Europa alla nascita dei primi edifici teatrali, che rappresentano una cospicua novità rispetto alle soluzioni provvisorie utilizzate fino ad allora per le rappresentazioni (cortili, giardini, sale dei palazzi). In Italia un ruolo fondamentale nel rinnovato interesse per l’edificio teatrale svolgono il ritrovamento, nel Quattrocento, dei trattati di Vitruvio (I secolo a.C.) sull’architettura romana e sulla struttura dell’edificio teatrale (De architectura, De re edificatoria). All’interno di uno spazio chiuso le linee del teatro classico vengono riprese nella disposizione del pubblico su gradoni discendenti di forma semicircolare, ma si fondono con l’applicazione della prospettiva rinascimentale: se ne vede un esempio illustre nel Teatro Olimpico di Vicenza (1580-1585) progettato da Andrea Palladio e ultimato da Vincenzo Scamozzi.
Assai diversi da questa forma sono i teatri pubblici londinesi, tra i quali il Globe Theatre, costruito per le rappresentazioni della compagnia di Shakespeare: sono edificati in spazi aperti, secondo una pianta circolare, ottagonale o quadrata, con un a serie di gallerie a più piani per il pubblico – sistemato tuttavia anche in piedi nel cortile – su cui si protende il palcoscenico.
Al Globe Theatre gli spettatori sono accolti dal motto Totus mundus agit histrionem (Tutto il mondo recita), che sta a segnalare come nei loro diversi aspetti tutti i movimenti della vita siano percepiti come rappresentazione teatrale: nei teatri si rappresentano le vicende dei cortigiani, dei re, dei servi attraverso maschere che rimandano al mondo reale e che ne svelano l’illusorietà. Ogni comportamento umano può essere considerato una recita e la vita terrena diventa una grande commedia di cui Dio è l’autore.

Sulla scia del machiavellismo Il teatro coinvolge anche la politica: la “ragion di stato” impone di ricorrere all'astuzia, il sovrano e la sua corte, per gestire il potere, fingono, simulano e dissimulano, in altre parole recitano.

Teatro Olimpico - Vicenza


IL GRANDE TEATRO EUROPEO
Francia: Corneille, Moliere, Racine;
Spagna: Lope de Vega, Calderon de la Barca;
Inghilterra: Marlowe, Shakespeare;
Italia: Commedia dell’arte.

The Globe Theatre

L'UNIVERSO BAROCCO

Nel plenilunio d’inizio estate del 1609, a Roma, il pittore tedesco Adam Elsheimer puntò gli occhi nel terso cielo della città, prese una tavoletta di rame e dipinse un bellissimo notturno, La fuga in Egitto. A sinistra da un falò acceso dai pastori le faville sprizzano verso l’alto, al di sopra di un bosco scuro, quasi trasformandosi nelle linee luminosissime della Via Lattea che splende nel cielo trapunto di costellazioni. A destra una splendida luna tonda come una frittella si specchia in un corso d’acqua, sdoppiandosi e illuminando Maria, Giuseppe e Gesù con l’asinello.


A guardar bene, quella luna ha qualcosa di straordinario: per la prima volta nella storia è stata raffigurata con assoluta esattezza, con le sue macchie oceaniche, i suoi monti e i suoi laghi, rugosa e bitorzoluta, “ineguale, scabra e con molte cavità e sporgenze, non diversamente dalla faccia della Terra”, come pochi giorni più tardi la vede a Padova Galileo Galilei, che così la descriverà, nel marzo 1610, in un libretto intitolato Sidereus Nuncius. In gita a Venezia, nel giugno 1609, Galilei ha comprato uno dei primi cannocchiali costruiti in Olanda e decantati come meraviglie magiche dai mercanti in giro per l’Europa; un altro esemplare dev’essere finito nelle mani di Elsheimer. E così un artista prima e un genio della scienza e della tecnica poco dopo guardano con occhi nuovi l’antichissimo, eterno cielo stellato, scoprendone e rappresentandone in forme impensate la sconfinata dimensione e il complesso movimento planetario.
Da pochi anni nelle chiese romane erano sbocciate alcune tele destinate a cambiare il modo di ritrarre la realtà: le aveva dipinte il lombardo Caravaggio, un artista di talento superlativo, che trasponeva sulla tela un nuovo modo di guardare le piccole cose di ogni giorno e di osservare la vastità imperscrutabile delle tenebre che sembrano corroderle: la visibilità del mondo, dopo di lui, diviene una lotta furiosa fra luce e ombra.
Nell’ombra notturna gli scienziati si tuffano per indagare l’universo con strumenti sempre più sofisticati e precisi, disintegrando le idee e le immagini millenarie della cosmologia tolemaica, chiusa e circolare, e svelando e misurando invece con esattezza crescente un cosmo in espansione ben oltre i confini del sistema solare, un mondo “infinito e uno” come lo aveva descritto il filosofo Giordano Bruno, bruciato per questa e altre eretiche teorie a Roma nel febbraio del 1600.
Il secolo barocco si apre con il rogo di Campo de’ Fiori e con la luna scientifica di Elsheimer e di Galilei, con i corpi di Caravaggio, veri, concreti, impastati di carne e di buio. Il circolo mirabile dell’universo, che per tutta l’antichità e il Medioevo aveva fatto coincidere la perfezione di Dio e del suo creato, si deforma  e si tende verso l’ellisse, la nuova forma simbolica che domina il pensiero e l’arte del Seicento.
Galileo, dominato dal paradigma del cerchio, resiste ad accettare i suoi stessi calcoli matematici e astronomici, che gli dimostrano il moto ellittico dei pianeti intorno al sole. Ma ellittico è il disegno del colonnato di Piazza San Pietro, in cui Bernini raffigura l’inedito universo galileiano; ed ellittiche sono anche le piante delle chiese e delle cupole di Borromini. Ellittico, multicentrico, sarà anche il più noto poema dell’epoca: l’Adone di Giambattista Marino.

Gian Lorenzo Bernini - San Pietro

L’IMMAGINARIO BAROCCO
Tradizionalmente connotato per il fasto eccessivo, per la rappresentazione stravagante, per gli orpelli e la decorazione eccentrica, e in generale per una manifestazione tutta esteriore destinata a suscitare la sorpresa e la meraviglia dell’osservatore, l’immaginario barocco rivela in realtà implicazioni ben più profonde e rivoluzionarie: comporta una diversa percezione dello spazio e del tempo, e quindi del movimento, e una conseguente trasformazione delle immagini della realtà; produce una nuova iconografia dell’universo.
Le grandi scoperte geografiche, nel corso del Cinquecento, avevano allargato i confini del mondo. Nel Seicento, l’osservazione del cosmo e le scoperte scientifiche decretano il definitivo e irreversibile declino del disegno tolemaico del cosmo circolare: lo svelamento dell’orbita ellittica dei pianeti dilata e deforma la circolarità delle sfere celesti e la dilatazione del cerchio produce un progressivo allontanamento dal centro. La più ardita espressione di questa tensione a travalicare il limite della sfera è espressa dal filosofo Giordano Bruno, che osò formulare una domanda decisiva: “Come può l’universo essere finito?”
Corrisponde a questa nuova visione del cosmo la tendenza alla dilatazione e alla deformazione dello spazio, che informa di sé le realizzazioni estetiche barocche. La forma rompe la sua staticità e si fa mutevole, cangiante. Ma questa mutevolezza rivela anche che il mondo naturale è in movimento incessante e soggetto a continua mutazione. A questa viva percezione del movimento e del dinamismo delle forme si accompagna una lancinante consapevolezza della fugacità del tempo: ogni volta che una forma muta diventando altra, la forma originaria muore. L’uomo barocco ha chiarissimo il sentimento di questa fragilità dell’essere e lo rappresenta attraverso gli oggetti: le nature morte, i teschi, gli orologi e soprattutto le rovine, relitti di un tempo ormai trascorso e consumato.

Claesz Pieter - Natura morta


Galileo Galilei – Sidereus Nuncius
È un breve trattato di astronomia pubblicato nel 1610, che rende conto delle rivoluzionarie osservazioni e scoperte compiute dallo scienziato pisano con l’uso di un cannocchiale (o telescopio galileiano), perfezionato per l’occorrenza. Il titolo dell’opera è traducibile come “messaggero celeste”, e si riferisce appunto alle radicali novità, rispetto alla cosmologia aristotelica e tolemaica, che il libro portava con sé.
Galileo presenta e riassume le scoperte effettuate nei mesi precedenti con l’uso di un cannocchiale rivolto al cielo per delle osservazioni notturne.
La prima grande novità è relativa alla superficie della luna, che secondo la fisica e la cosmologia tradizionali, ancorate al principio di autorità e all’ossequio alla teoria geocentirca tolemaica, doveva essere liscia e perfetta come una sfera. In realtà Galileo nota, grazie alle macchie e le ombre prodotte dal Sole, che la crosta della luna è aspera et inaequali, cioè “scabra e disuguale, con rilievi di diverse altezze”, e che non è poi tanto dissimile da alcuni monti terrestri.
La seconda rivelazione galileiana riguarda le stelle fisse, che ad un esame analitico si rivelano essere molte di più del numero convenzionale tradizionalmente accettato; ciò spezza la rappresentazione dell’universo come un insieme compiuto, ordinato e limitato di astri, tutti noti all’occhio umano.
Come terzo punto, lo scienziato spiega che la Via Lattea è “nient’altro che una congerie di innumerevoli Stelle, disseminate a mucchi; ché in qualunque regione di essa si diriga il cannocchiale, subito una ingente folla di Stelle si presenta alla vista, delle quali parecchi si vedono abbastanza grandi e molto distinte; ma la moltitudine delle piccole è del tutto inesplorabile”. L’esistenza di nebulose ed ammassi distinti di stelle è un chiaro indizio che l’universo è ben più ampio di quanto creduto finora.
Ultima novità fondamentale è la scoperta dei quattro satelliti “medicei” (nominati così in onore di Cosimo II) orbitanti attorno a Giove; l’esistenza di corpi con un centro di rotazione diverso da quello della Terra (che Claudio Tolomeo immaginava al centro del sistema solare) è un pesantissimo argomento a favore della teoria copernicana.
Il Sidereus Nuncius è allora un punto fondamentale nella storia delle idee occidentale: il metodo galileiano applicato al “libro della natura”, come dirà nel Saggiatore, getta le basi per la moderna ricerca scientifica, fatta di prove, esperimenti e verifica sperimentale di dati, strumenti, risultati raggiunti.

martedì 26 febbraio 2013

C’è qualcosa più forte dell’odio?


Di Corrado Poli

“C’è qualcosa più forte dell’odio in natura?” domanda un amico di FB, credendo di sollevare un quesito solo retorico. Invece io d’impeto gli rispondo: “Certo, l’amore e la compassione propria degli esseri umani e di alcuni altri animali”. Sono stati proprio questi sentimenti che hanno consentito agli esseri umani di prevalere su tutte le altre specie. Nel bene e, oggi, anche nel male, poiché la nostra sta diventando una specie infestante incapace di limitare la propria capacità di imporsi e deteriorare il pianeta.

Prima che gli esseri umani prendessero coscienza del proprio potere sulla natura, sognavano la forza del leone e l’estraneità alla terra di un’aquila capace di vivere da sola nei cieli e scendere di tanto in tanto a procurarsi il cibo. Riecheggia questo dubbio e questa invidia nella mitologia e nelle religioni antiche, dove alcuni animali erano considerati divinità. Famoso è il coro dell’Antigone in cui si paragona il piccolo uomo che non è nulla di fronte alla grandezza della natura, ma allo stesso tempo la domina con il linguaggio e con la politica.

La capacità di collaborare, di aiutarsi l’uno con l’altro, di “com-patire” – dividere con gli altri i piaceri e i dolori – hanno consentito agli esseri umani di lavorare in gruppo, di dividersi i compiti. Hanno permesso loro di proliferare poiché gli uomini aiutavano e nutrivano le donne gravide e contribuivano al mantenimento dei figli che a un certo punto cominciarono a riconoscere come propri e a formare delle famiglie.

Questo atteggiamento non è solo culturale, è anche genetico: van de Waal in una nota ricerca ha scoperto come altri animali superiori sappiano provare gli stessi sentimenti di bontà e di amore e questi sentimenti consentono loro di operare collettivamente. Le religioni che accomunano tutte le culture hanno ratificato questi atteggiamenti trasformandoli in regole morali e religiose.

Potremmo pensare che il comportamento non violento degli esseri umani sia solo una questione etica, un dovere cui dobbiamo sottostare per appartenere alla società. Invece questo modo di agire è anche conveniente. Le società meno violente sono quelle in cui il tenore di vita è più elevato. Lo è sempre stato nel corso dei secoli.

È vero allora che oggi prevale il più violento e aggressivo? Può succedere, ma solo in qualche occasione e per breve tempo. La forza della compassione, della tolleranza e della cooperazione alla fine prevale sempre. Purtroppo succede di passare attraverso periodi bui o di vivere situazioni critiche in cui la pietà s’eclissa e i violenti prevalgono. O succede che gli esseri umani non sappiano più controllare la forza che hanno acquisito, come sta accadendo ora nei confronti di una natura soggiogata e sfruttata e perciò progressivamente distrutta.
La violenza è quindi prima di tutto sciocca e controproducente. La caratteristica meno umana della nostra specie. La persona “forte” non è mai quella che usa la violenza fisica, né quella morale. Usa la violenza chi ha paura, chi non sa applicare le doti superiori dell’intelligenza. Chi usa la violenza è un perdente perché non otterrà mai quello che cerca… e quel che cerca l’essere umano è il sentimento che gli è più proprio, cioè la condivisione, l’amore, lo stare insieme.

martedì 19 febbraio 2013

TROY (una breve clip e il famoso film)

http://www.ovo.com/guerra-troia
http://www.youtube.com/watch?v=fnqZTwbJnhY

La guerra di Troia



LE CAUSE DELLA GUERRA DI TROIA

IL MITO
Secondo il mito Eris, dea della discordia, non venne invitata al banchetto per le nozze dei genitori di Achille. Per vendicarsi ella fece cadere sulla tavola una bellissima mela d’oro con su scritto <<Alla più bella>>. Le dèe Era, Afrodite e Atena cominciarono a litigare ma Zeus decretò che sarebbe stato un uomo, Paride figlio di Priamo re di Troia, a decidere chi fosse degna del pomo.
Allora Era promise a Paride che, se l’avesse scelta, gli avrebbe dato il dominio sull’Asia; Atena invece gli promise la saggezza e l’invincibilità; Afrodite gli assicurò che, se l’avesse fatta vincere, gli avrebbe fatto sposare la donna più bella del mondo cioè Elena, moglie di Menelao, re di Sparta.
Paride fece vincere Afrodite. La dèa, perciò, fece un incantesimo su Elena che, non appena vide Paride, andato nel suo palazzo in missione diplomatica con i suoi fratelli, se ne innamorò e fuggì con lui a Troia.
Menelao, chiamati altri re Achei in aiuto, mosse guerra alla città di Troia per riprendersi sua moglie.
LA STORIA
Troia sorgeva all'imbocco dello stretto dei Dardanelli (l'Ellesponto), sul lato turco, e sembra che all'epoca dei fatti (circa il 1200 a.C. avesse una considerevole importanza strategica. Data la sua posizione poteva controllare ogni traffico diretto verso il Mar Nero e la Colchide (la regione a nord-est del grande bacino). Si dice che fosse un grande emporio per l'oro e per l'argento e che vi arrivasse la giada dalla Cina.
Per questo motivo gli Achei (micenei) desideravano impossessarsene e la attaccarono, cingendola d’assedio.








mercoledì 6 febbraio 2013

MINOTAURO


Il mito ci porta a Cnosso, sull'isola di Creta dove, in un favoloso palazzo, viveva il re Minosse. Un giorno Poseidone inviò sull'isola un magnifico toro bianco perché Minosse lo sacrificasse, ma questi si rifiutò di ucciderlo. Il dio ne fu tanto oltraggiato che fece perdutamente innamorare del toro a lui destinato la regina Pasifae. Con l'aiuto di Dedalo, che costruì per lei una giovenca di legno entro la quale celarsi, la regina attirò a sé il toro bianco. Frutto di questa unione fu una creatura dal corpo di uomo e testa di toro, il Minotauro: Dedalo fu incaricato di costruire una prigione sicura per il mostro. Realizzò una struttura formata da un tale intrico di strade che chiunque vi entrasse non potesse più uscirne: il dedalo, appunto. Il Minotauro si cibava esclusivamente di carne umana: furono gli esiti della guerra tra Creta e Atene a offrire la soluzione a questo problema. Quella di Atene fu una resa senza condizioni: Minosse poté imporre, tra l'altro, di inviare sull'isola ogni anno sette ragazzi e sette fanciulle da sacrificare al mostro. Così, alla scadenza stabilita, a primavera una nave dalle vele nere salpava dal Pireo con a bordo i quattordici giovani ateniesi, finché Teseo, figlio del re Egeo, non decise di fare qualcosa per porre fine a questa condanna. Partì per Creta con gli altri giovani destinati al Minotauro, nonostante le proteste del padre, convinto che non lo avrebbe più rivisto. Teseo gli promise che se l'impresa fosse riuscita, la nave sarebbe rientrata spiegando delle vele bianche. Giunti a Creta, i giovani vennero accolti con un sontuoso banchetto, durante il quale la principessa Arianna, figlia di Minosse, s’innamorò di Teseo e decise di salvarlo: gli diede una spada con la quale uccidere il mostro e un gomitolo di filo da utilizzare per poter ritrovare l'ingresso del dedalo. Teseo riuscì a uccidere il Minotauro e Arianna aprì a lui e alle altre vittime la grande porta di bronzo all'uscita. Così Teseo, i suoi giovani compagni e Arianna ripartirono alla volta di Atene. Arianna fu però abbandonata sull'isola di Nasso e Teseo, dimentico della promessa, arrivò ad Atene con la nave dalle vele ancora nere: Egeo non resse al pensiero di aver perso il figlio e si gettò da Capo Sunio, in quel mare che da lui prese il nome.




domenica 3 febbraio 2013

Le grandi migrazioni dell'Età del ferro

Nel II millennio a.C., il clima mite, la fertilità dei suoli e l'abbondanza d'acqua, attrassero popolazioni, molto probabilmente provenienti dalle steppe asiatiche, nella cosiddetta Mezzaluna fertile e lungo le coste del Mediterraneo. Secondo la fonte biblica (I libro - Genesi), tutti i popoli discenderebbero dai figli di Noè, Sem, Cam e Jafet:
- da Sem i Semiti a cui appartengono Assiri, Babilonesi, Fenici, Ebrei, Arabi;
- da Cam i Camiti di cui fanno parte Libici ed Egizi;
- da Jafet gli Iafeti detti anche Arii e Indoeuropei tra i quali rientrano Medi-Persiani, Ittiti, Slavi, Celti, Greci, Italici.

mercoledì 16 gennaio 2013

giovedì 20 settembre 2012

Per la I C: il romanzo che leggerete (entro il 5 novembre ;-)

La storia di Ernest e della sua stralunata  orda,  un viaggio nel tempo fino alle origini dell'uomo

giovedì 13 settembre 2012

lunedì 18 giugno 2012


LA STORIA DELLA FALANGE
Di Riccardo Marangon

La falange militare è un’antica formazione di combattimento, usata fin dai tempi dei Sumeri (gli archeologi hanno trovato una stele sumera con raffigurate le truppe di Lagash in questo tipo di schieramento) e che raggiunse il suo massimo livello con i Macedoni, che usarono, come armi, lance lunghe fino a 7 metri e scudi chiamati oplon. Inizialmente la falange fu usata dagli spartani: Sparta era la polis con l’esercito più forte di Grecia, fino al 371 a.C. quando, nella battaglia di Leuttra, la falange obliqua tebana di Epaminonda spazzò via gli spartani. La falange greca era disposta su due file di opliti armati di spade, lance e picche. I soldati indossavano elmi, che non davano però molta visuale, armature di bronzo o lino pressato e schinieri. Questo corredo da combattimento, chiamato Panoplia, variava da soldato a soldato poiché gli opliti se lo dovevano procurare da soli. La falange tendeva a spostarsi a destra nelle marce, quindi i soldati migliori si mettevano nella parte destra della falange, che diventò il posto d’onore. Quando due falangi si scontravano, dovevano stare tutte e due compatte e i soldati che spingevano di più, riuscivano a rompere la barriera di scudi avversaria. Le manovre in solitaria non erano premiate, era necessario un lavoro di gruppo per riuscire a vincere la battaglia. Se una falange si rompeva, i cavalieri e la fanteria leggera avversaria erano subito pronti ad attaccare.
Il migliore esempio di falange oplitica (il vero nome della falange greca) è quello della battaglia delle Termopili, dove i 300 spartani assieme ad altri contingenti, per un totale di circa 5000 soldati, riuscirono a mantenere il vantaggio sul molto più grande esercito persiano, che attaccava in modo disorganizzato, anche se alla fine, gli spartani vennero sconfitti.
Furono apportate, in seguito, delle modifiche alla falange: i principali difetti erano che era formata dalla fanteria pesante, se incontrava un ostacolo si doveva dividere così da perdere tutto il suo potere difensivo e se la battaglia durava a lungo, la falange non aveva più molta efficacia. Il generale ateniese Ificrate decise così di scambiare la fanteria pesante con quella leggera e di dotare i soldati di lance più lunghe (3,6 metri), armi alleggerite, scudi ingranditi e elmi che miglioravano la visuale. Queste modifiche funzionavano bene in battaglia, ma il modo di combattere dei Peltasti (la fanteria leggera), che usavano archi e frecce, era definito poco onorevole. Così questi soldati diventarono mercenari con una buona fama ma con l’arrivo dei Macedoni e dei Romani, i peltasti vennero dimenticati. Tornando alle modifiche di Ificrate, funzionavano bene ma il tebano Epaminonda, trovò lo stesso dei difetti soprattutto nella parte sinistra. Decise così di rinforzarla e di farla attaccare per prima come mostrato nell’ immagine qui sotto.

Sopra: Falange oplitica
Sotto: Falange obliqua tebana

A questo metodo s’ispirò Filippo II di Macedonia, che creò così la falange macedone. Era formata da due tipi di fanteria: gli hypaspistai, un corpo d’elitè che usava l’oplon ed era armato di picca e spada; i pezeteri, il “cuore” della falange, protetti dall’armatura pesante ed armati delle micidiali sarisse, picche lunghe dai 5 ai 7 metri che sfondavano gli scudi avversari.
Lo schieramento era rettangolare e le prime cinque file di fanti mantenevano le picche orizzontalmente, tutte le altre file le mantenevano verso l’alto, pronte ad abbassarle in caso di bisogno. La vulnerabilità era ai fianchi che venivano protetti dalla cavalleria. Questa falange riuscì a distruggere quella obliqua tebana e, nella battaglia di Granico (334 a.C.), sconfisse i persiani prima con lo sfondamento da parte delle picche, poi con l’intervento della cavalleria e infine di nuovo con le picche che posero fine alla battaglia rendendo il modo di combattimento della falange macedone un mito.